“L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert

 

 

"Ogni tanto la fila delle carrozze, eccessivamente ravvicinate, si bloccavano l’una accanto all’altra. Allora le persone ferme nella stessa linea si esaminavano a vicenda. Da sopra le portiere stemmate sguardi pieni di indifferenza calavano sulla folla; occhi ardevano d’invidia sul fondo delle vetture a nolo; sorrisi di scherno rispondevano a moti del capo troppo orgogliosi; bocche spalancate esprimevano ammirazioni imbecilli; qua e là, in mezzo alla via, un pedone che se ne andava a zonzo doveva schizzar via di colpo per schivare un cavaliere che passando al galoppo tra le vetture era riuscito a districarsene. Poi tutto si rimetteva in movimento…"

 

Così, circa 160 anni fa, Gustave Flaubert descriveva un ingorgo nel traffico cittadino. Come fare a non riconoscere un qualsiasi ingorgo motorizzato? Per favore, rileggetelo: c’è anche il motorino che, manca poco, arrota il pedone. Rileggete, vi prego: "…sguardi pieni di indiferenza calavano sulla folla…". Non riesco a ricordare descrizione migliore di un ingorgo. E a me viene una sorta di inquietudine: ma allora è vero che tutto è già stato scritto? Ed è stato "già scritto", forse perchè, semplicemente nulla cambia?

 

"L’educazione sentimentale" è un libro difficile da definire… Provo a farlo ripercorrendo qualche tratto di discussione fatta nell’ultimo incontro del nostro gruppo di lettura (fra l’altro a godersi il frescolino a Schignano, all’aperto…). "L’educazione sentimentale" è prolisso… o qualcosa del genere. Più o meno tutti abbiamo usato questo termine. Ogni personaggio che compare sulla scena è un nuovo scimmiottamento di umanità: parla, parla, parla, ma pensa (ed agisce) in ben altro modo. Dichiarazioni di amicizia, amore, fedeltà ad un qualche ideale si sprecano, per poi essere tradite poche pagine o poche righe dopo. Alla fine te lo aspetti: arriva un nuovo personaggio e tu pensi "che tipo di merdaccia sarà questo?". A tratti i personaggi ti sembrano appiattiti, stinti in unico grigiore. Forse è da questo che proviene il senso del "prolisso". Federico, il protagonista, accoglie in sè qualsiasi sentimento, con una leggerezza che ti sembra improbabile, passando da un amore all’altro con lo stesso effimero trasporto, con lo stesso calcolo meschino, con la stessa sensualità astratta ed incorporea: "…Fra l’altro era rimasto male: la scollatura metteva troppo in mostra il suo petto magro. Dovette confessare a se stesso, allora, …la delusione dei suoi sensi: Non per questo trascurava di fingere grandi ardori; ma per riuscirvi era l’immagine di Rosanette o quella di Madame Arnoux che doveva evocare. Questa atrofia sentimentale gli lasciava la testa perfettamente sgombra…". Trascorre il dramma della rivoluzione del 1848 asorbito nelle sue miriadi di contabilità su amori, salotti da frequentare o no, trasporti per la propria indubitabile (da lui) grandezza. Forse è proprio lì, mentre leggi delle barricate, dei morti, delle idee declamate a gran voce, che viene quasi voglia di tornare indietro e rileggere da capo, per dipanare una matassa di individui prima che diventino massa, cercando dove si sia nascosta l’azione che ora esplode e, ti sembra, con conseguenzialtà.

Ad un certo punto, nel corso dell’incontro, qualcuno ha detto: "…questo è un libro sul niente… sul niente che ci circonda". Forse è questo "niente" che Flaubert di piazza dritto in pancia mentre minuettano uomini e donne, ed è un uppercut di quelli cattivi:

"…Ma il giovane ripeteva lamentosamente:

-Pane!-

-Non crederete che ne abbia, io!-

Altri prigionieri si affollarono al pertugio, con le barbe irte, gli occhi fiammeggianti, spingendosi l’un l’altro e gridando:

-Pane!-

-Eccolo, tieni!- disse il vecchio Roque lasciando partire il colpo.

Vi fu un urlo enorme, poi niente. Sull’orlo del pertugio era rimasto qualcosa di bianco.

Ciò fatto, Roque se tornò a casa sua…"

"Sull’orlo del pertugio era rimasto qualcosa di bianco". Punto. (… Per inciso: altro che Faletti, diobono…! Che Faletti non si arrabbi leggendoci).

Un romanzo ghiacciato, da dove spuntano all’improvviso staffilate psicologiche che raspano via chissà quante nostre piccole (speriamo…) ipocrisie.

 

Ricordando Madame Bovary, un po’ tutti noi ne parlavamo come più bello di "L’educazione sentimentale". Il più bello era l’ancora maggiore freddezza con cui Flaubert tratta il soggetto: forse in "L’educazione…" c’è il giudizio dell’autore sul personaggio, basta spesso un aggettivo a darlo. In Madame Bovary c’è una descrizione del fenomeno e basta. Personalmente sono d’accordo. Devo dire, però, che in questo paio di giorni, ripensandoci, rileggendone alcune righe, pungolato dai discorsi fatti durante l’incontro… ‘sto romanzo mi è piaciuto di più, Fra Madame Bovary e Federico non saprei più, in questo momento, chi odiare o amare di più.

 

 

 

L’immagine a corredo del post è una foto distribuita con licenza copy left e reperibile qui.

4 Commenti »

  1. Stefi Scrive,

    20 Luglio 2008 @ 20:52

    Non è facile esprimermi dopo le complesse osservazioni del post, ma ci provo ugualmente.
    Forse, più che prolisso, è un romanzo “lento”, ricco di minuziose descrizioni come quelle che, però, portano a riconoscere un “ingorgo” di 160 anni fa…
    E’ ovvio che la narrativa dall’ ‘800 ad oggi si sia trasformata, ma riflettendo proprio su ciò possiamo pensare ad un ulteriore motivo che porta a definire prolissa o lenta o ripetitiva quest’opera letta o riletta oggi.
    Sono cambiati i libri e, di conseguenza, anche noi lettori e forse apprezziamo diversamente le letture.
    Oggi i romanzi tendono ad essere brevi, con ritmi veloci, pronti ad essere consumati in fretta… dove, la storia, l’azione, prevale sulla descrizione di ambienti, di oggetti, di fisionomie, poi l’immaginazione del lettore fa, o dovrebbe fare, il resto.
    Per ora non ne ho ancora letti, ma credo che anche i voluminosi romanzi di W. Smith, giochino più su questi elementi che tengono viva l’attenzione del lettore, che non vede l’ora di girare pagina per scoprire il nuovo colpo di scena.

    Forse la mia osservazione è banale e semplicistica e mi chiedo: troveremmo altrettanto ripetitivo e prolisso “Guerra e Pace”?? Io confesso, sinceramente, che non avrei il coraggio di verificarlo…
    Ma tornando al libro in questione, anche se non ha colpi di scena, se tutto si svolge come una sequenzialità di eventi, un susseguirsi di fotogrammi senza quasi passioni, direi che ancora oggi possa essere letto, con molta calma, come un interessante affresco degli usi e costumi dell’epoca, una pseudo cronaca degli eventi storici e, forse, anche come un tentativo di rappresentare due diversi, ma complementari, approcci della vita, peraltro nessuno dei due risolutivi: quello emotivo, di Federico e quello razionale del suo amico (alter-ego) Deslauriers, con un’unica inevitabile conclusione: dopo una vita a ripetere gli stessi “errori”, ognuno secondo la propria peculiarità, si ritrovano soli ma riuniti dall’amicizia, unico sentimento che rimane loro.

    Sulla minuziosità delle descrizioni: …non posso che ringraziare R. Chandler che, pur scrivendo gialli, non trascurava i particolari.. e ciò mi permise di provare, con somma soddisfazione, un cocktail di cui forniva la ricetta!…:-)
    Stefi

  2. giam Scrive,

    20 Luglio 2008 @ 22:52

    Penso che Stefi abbia ragione: sono cambiati i lettori. Siamo cambiati noi. I libri tendono spesso ad assomigliare ad altro. Discorso lungo… e forse qui e lì disseminato in mollichine anche in questo blog.

    Mi viene da dire una cosa. Qui in Toscana ci sono molti nomi di battesimo provenienti freschi freschi da grandi opere letterarie, nomi di battesimo di contadini magari analfabeti. In sintesi: la Divina Commedia o l’Iliade erano conosciute da tantissimi, spesso grazie a persone che ne conoscevano a memoria ponderose parti se non addirittura l’intera opera. C’è una scena in “La notte di San Lorenzo” dei Taviani in cui un vecchio recita a memoria l’iliade, ed è una scena, una voce ed un testo emozionante.

    Mio figlio grande ha avuto un prof di italiano per uno o due anni, che riuscì a trasmettergli la Divina Commedia con tanta passione che lui mi disse “…quando mi rompo i coglioni in un’altra ora, prendo la Divina Commedia e la leggo sotto il banco…”. Questo Prof è il professor Pratesi. Credo che abbia dato molto a mio figlio, non ultimo l’idea che la brevità non è una virtù per forza. Il prof Pratesi è in pensione (“vo a fare il contadino… son nato contadino e voglio morire contadino”). Mio figlio si è diplomato quest’anno.

  3. Stefi Scrive,

    8 Agosto 2008 @ 01:32

    …ancora su Flaubert. Ieri è stato pubblicato questo articolo su La Stampa:”E Flaubert creò lo zapping”.
    Lo potete leggere qui:
    http://www.lastampa.it/search/articolo.asp?IDarticolo=1848614&sezione=Cultura

    Stefi

  4. giam Scrive,

    8 Agosto 2008 @ 20:52

    dritta azzeccatissima… :-)

    Consiglio vivamente la lettura dell’articolo indicato da Stefi. Magari da non prendere proprio in toto, ma stimolante.

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